|
Certe immersioni non sono proprie del principiante,
nel senso che richiedono già una certa esperienza generale e specifica.
Tuttavia non sono nemmeno riservate a pochi, anzi costituiscono
tipicamente la più naturale evoluzione nella crescita tecnica di
qualsiasi subacqueo, nella sua ricerca di esperienze nuove e sempre
più coinvolgenti. Si tratta di immersioni particolari per luogo
o circostanza: notturna, con scarsa visibilità, in corrente, su
secche, su relitti, in parete ecc.; e vengono così suddivise soltanto
perché è più comodo farlo dal punto di vista espositivo-didattico.
Nella pratica infatti costituiscono la globalità delle immersioni
che un visitatore medio di ambienti sommersi si troverà a fare,
spesso anzi potrà capitargli d’incontrare nello stesso momento più
di una di quelle situazioni: su una secca in mare aperto è difficile
non trovare corrente, e c’è di solito almeno un lato di questa specie
di isola sommersa che precipita verso il fondo con una maestosa
parete verticale… Il fattore che le accomuna è comunque l’elevato
contenuto emotivo, potenziale fonte di rischio per un neofita, per
cui è quanto mai necessario frequentare uno dei tanti corsi che
tutte le didattiche mettono a disposizione per ciascuna di queste
immersioni: noi ci limiteremo a passarle in rassegna con semplici
consigli pratici e qualche curiosità…
La magia della notturna
Immergersi di notte, ovvero come trovarsi dentro un vero e proprio
sogno pur avendo gli occhi aperti! Resta indimenticabile il momento
in cui per la prima volta si riesce a vincere l’istintiva ritrosia
di fronte alla superficie nera del mare in cui si entra, per trovarsi
catapultati d’un sol colpo in un’altra dimensione, di vita e di
colori, del respiro che da concitato si fa sommesso, del battito
del cuore che rallenta all’improvviso come rapito da tanta meraviglia…
Tutti i sensi sono in allerta: eppure, allo stesso tempo, è come
trovarsi a casa, nel posto più nostro… Sono rare le emozioni così!
Qualsiasi fonte di luce stiamo utilizzando ci fa assomigliare a
Diogene: possiamo illuminare solo una porzione molto ristretta dello
spazio che ci circonda, quella davanti a noi o poco più. Ci manca
la visione d’insieme. Potremmo non accorgerci in tempo di una rete
da pesca e finirci dentro… Ecco una raccomandazione pratica generale:
conoscere bene il fondale dove si vuol fare la discesa notturna
e perlustrarlo quando è ancora giorno. Possibilmente, è anche bene
presidiarlo finché non cala la notte, perché certi sistemi di pesca
vengono posizionati proprio in serata. Oppure iniziare l’immersione
appena tramontato il sole, in modo da fare il percorso di andata
con ancora un po’ di luce e solo quello di ritorno a buio pesto!
In questo modo, fra l’altro, specie all’inizio, l’esperienza risulterà
più progressiva. In ogni caso, mai dimenticare l’amico coltello,
verificandone per tempo la perfetta affilatura della lama! Dei moltissimi
tipi d’illuminazione oggi disponibili diciamo anzitutto che il parametro
che più di ogni altro deve interessare per una notturna sicura è
l’autonomia: inutile e rischioso portarsi un faretto da 100 watt
che dura solo 25 minuti: troppa luce per troppo poco tempo! Importante,
inoltre, la robustezza e la resistenza agli urti, inevitabili in
queste immersioni e nei vari preparativi. Gli interruttori a dispositivo
magnetico anziché meccanico presentano il vantaggio di evitare una
possibile via a infiltrazioni d’acqua. Se però s’indossa la bussola
al polso, è bene tenere la lampada con l’altra mano, onde impedire
al magnete dell’interruttore d’influenzare la lettura dello strumento.
Peso in acqua e tipo d’impugnatura contano molto, al fine di evitare
l’affaticamento precoce del polso e della mano. La parabola montata
determina l’ampiezza del fascio di luce emesso: meglio dunque un
raggio concentrato o uno diffuso? Dipende molto dai gusti: secondo
alcuni, il diffuso toglie fascino alla notturna perché… ricorda
troppo il «giorno»! Ma è certo che se ci si trova davanti a una
bella parete, vederla esplodere di mille colori per diversi metri
quadri è più entusiasmante che illuminare pochi centimetri alla
volta… D’altronde il concentrato permette d’inquadrare meglio il
pesce che, restandone abbagliato, s’immobilizza più facilmente…
Insomma, ognuno può scegliere di che luce brillare. Ma non esageriamo
nell’abbagliare i pesci! Dopotutto, è facile immaginare come si
sentano: basta pensare all’effetto che fa a noi il fascio di luce
del compagno puntato in faccia! Oltre alla luce principale, che
svolge il ruolo d’illuminazione, ce ne sono altre non meno necessarie:
quella di posizione, di solito uno stick di luce chimica fluorescente,
tipo cyalume, di colori diversi, oppure una piccola strobo lampeggiante.
Anche qui, pro e contro: il cyalume permette d’identificarsi a vicenda
in base al colore ma è efficace solo in acqua limpida; la strobo
è fin troppo potente in queste circostanze, il suo lampeggiare continuo
può infastidire i compagni, però se c’è sospensione e la visibilità
sott’acqua non è molta diventa l’ideale. A prescindere dal tipo,
ciò che conta della lucetta di posizione è che sia avvistabile dalla
maggior parte delle angolazioni possibili, quindi va montata per
esempio sullo snorkel o sul cinghiolo della maschera o sulla rubinetteria.
Altra luce fondamentale è quella con funzione di riserva, detta
anche seconda lampada, qualora la principale ci lasci al buio sul
più bello: naturalmente, dovendo assicurare di terminare l’immersione
e di rientrare, non è necessario che abbia caratteristiche di luminosità
spiccate come la principale; anche in questo caso però dovrà essere
affidabile, robusta, facile da accendere «al volo», di buona autonomia.
Essendo di solito più piccola, sta dentro una tasca del jacket oppure
fissata con sagolino e moschettone, comunque sempre a portata di
mano. Ci sono infine da mettere le luci per individuare il punto
di rientro, cioè sotto la chiglia della barca e lungo l’ultimo tratto
al fondo della cima d’ancora: di solito si tratta di strobo più
grosse di quelle di posizione. Se l’immersione invece è da riva,
avremo provveduto in precedenza a posizionarci due luci, diverse
per grandezza, visibili da ogni lato, una più in alto e arretrata,
l’altra più in basso e vicino alla battigia, in modo da permettere
di allinearle guardandole dal mare una volta emersi. Doveroso infine
ricordare la luce di superficie lampeggiante gialla su 360°, che
di notte è per legge l’equivalente della bandiera segnasub di giorno.
Luci utili possono rivelarsi quelle che in barca illuminano il pozzetto
(o comunque la zona dove ci si prepara e ci si sveste), quelle che
fuoribordo individuano le sagole dove vengono fissati in galleggiamento
i gruppi ara eccetera.
In corrente
La corrente rappresenta una situazione non sempre prevedibile, che
quindi bisogna conoscere bene per non restarne sorpresi. Infatti,
mentre è logico aspettarsi corrente intorno a una secca o al versante
di una parete, più complesso diventa chiedersi se ci sarà o no corrente
in questo o in quell’altro punto in base per esempio alle condizioni
stagionali o meteorologiche; o perfino a seconda dei substrati viventi
che possiamo notare sul fondale. Un trucco molto empirico per una
stima sommaria della situazione della corrente prima di scendere
consiste nel fare una pallina di gomma da masticare e gettarla,
guardando cosa succede: essa ha infatti il peso specifico e la forma
adatta per affondare con la velocità giusta per farsi osservare
per un po’… Il suo eventuale spostamento dalla verticale ci svelerà
immediatamente la presenza e la direzione di una corrente nei primissimi
metri di discesa! Bisogna poi tener presente che la velocità dell’acqua
è comunque minore nelle vicinanze del fondo e che ogni masso, ogni
rialzo del fondale possono rappresentare altrettanti punti di temporaneo
riposo, esattamente come si trova riparo dal vento dietro l’angolo
di una casa. L’andatura rasente al fondo potrà quindi procedere
a zigzag, compiendo solo brevi tratti per volta e mai perpendicolarmente
controcorrente: sarebbe una gara persa in partenza! Si deve invece
cercare di spostarsi in diagonale rispetto alla direzione dell’acqua
in movimento: ne risulterà una specie di bolina, con la quale si
può anche risalire un po’ la corrente - come fanno le barche a vela
col vento - senza mai contrastarla, arrivando anzi a farsi trasportare
dal fiume subacqueo, pur di guadagnarne l’uscita. Che magari si
trova poco sopra o poco sotto di noi! Infatti, le caratteristiche
del moto laminare con cui si spostano le masse liquide fanno sì
che, anche se non ce ne accorgiamo, tali masse scorrano letteralmente
le une sulle altre, senza mescolarsi, oppure si mantengano incuneate
fra margini invisibili simili a sponde d’acqua più tranquilla, addirittura
ferma. Altro ottimo accorgimento è quello di aver cura che il proprio
assetto sia il più possibile bilanciato e idrodinamico: occorre
cioè non solo avere una perfetta zavorratura e un buon jacket che
ci diano risposte pronte ai comandi di variazione di quota, ma anche
eliminare orpelli sporgenti dalla propria sagoma, evitare di avere
fra le mani oggetti voluminosi, tenere l’equipaggiamento ben aderente
in modo che nessuna sua componente faccia da vela alla corrente.
Raccomandazione principale è sempre e comunque quella di procedere
risalendo la corrente nella prima parte dell’immersione, cioè all’andata,
così da trovarsi col vento in poppa all’atto del percorso di ritorno
quando si è più stanchi. Accessorio che in queste immersioni può
rivelarsi davvero prezioso è la boetta affusolata di segnalazione
cui restiamo collegati con l’apposita sagola e che può essere srotolata,
gonfiata e spedita in superficie - nel caso la corrente abbia avuto
la meglio e ci abbia costretto ad andare un po’ alla deriva! - per
farci notare e tenere d’occhio dall’assistenza in barca senza dover
per forza emergere subito e al contempo senza allontanarci dalla
visuale della barca stessa.
In parete, sulle secche
Attenzione alle modalità di ancoraggio dell’imbarcazione! È questa
la raccomandazione che accomuna più di ogni altra queste due situazioni,
obiettivamente tali da richiedere una perizia da barcaiolo di consumata
esperienza. Ciò premesso, sull’immersione in parete c’è poco altro
da dire e… molto da fare! Anche in questo caso forti emozioni suscitate
da scenari irreali, tagli di luce e colori da vertigine, la possibilità
di avere a portata di mano in pochi metri di escursione batimetrica
praticamente ogni tipo di ambiente biologico, come visitando più
palcoscenici uno sopra l’altro! Richiede una perfetta padronanza
dell’assetto e della respirazione: non c’è il fondo sotto a portata
di mano su cui appoggiarsi! E d’altronde la sensazione visiva di
sospensione nel vuoto può distrarre dal rispetto della quota che
ci si è imposti. Né ci si può aggrappare alla parete stessa: a ogni
contatto maldestro rovineremmo decine di organismi viventi! Le secche
in mare aperto, per la biologia e l’osservazione naturalistica,
costituiscono l’equivalente subacqueo delle oasi nel deserto: su
questi ambienti spettacolari è infatti possibile ogni genere d’incontro,
per la presenza molto ricca dell’intera catena alimentare, quindi
anche dei grandi pelagici. Come già accennato, spesso sulle secche
ci imbattiamo contemporaneamente nelle caratteristiche delle altre
situazioni descritte: correnti e pareti a strapiombo nel blu.
Sui relitti
Prima di tutto occorre dire con chiarezza che l’immersione sportiva
dovrebbe occuparsi esclusivamente della visita esterna ai relitti
e bandire, per ragioni di sicurezza perfino ovvie, qualunque penetrazione
all’interno di essi. Ma è esperienza comune che tali ragioni tanto
ovvie poi non lo siano, se è vero che di esplorazioni all’interno
dei relitti ne vengono fatte di continuo, spesso in modo davvero
sconsiderato. Le strutture interne di una nave affondata da anni
e magari rimasta appoggiata sul fondo in posizione diversa da quella
dell’assetto di navigazione non danno alcuna garanzia di solidità:
è noto che possono esserci strutture fatiscenti soggette a crolli
o spostamenti improvvisi per le sollecitazioni impresse dal passaggio
dei sub, dall’aria che liberano con i respiratori, da urti accidentali
eccetera. C’è poi il rischio - forse ancora maggiore - di ferirsi
o restare imbrigliati in cavi o lamiere contorte… oppure di sollevare
con le pinne la sospensione depositata in basso, o di far cadere
a pioggia quella presente ovunque all’interno con le bolle d’aria
emesse, creando all’improvviso una cortina impenetrabile di nebbia,
tale da nascondere ogni via d’uscita. Per quanto riguarda invece
la perlustrazione esterna al relitto, assimilabile a quella di una
secca, senz’altro priva di grossi inconvenienti, siamo di fronte
a immersioni ricche di un fascino strano e molto intenso: trovarsi
sott’acqua al cospetto della grande nave affondata è già per tutti
una situazione mozzafiato, per alcuni può rivelarsi anche angosciante
al punto da innescare fenomeni di sollecitazione neuropsichica anomali!
È nota una maggior frequenza di episodi della cosiddetta narcosi
durante immersioni intorno a relitti, anche su profondità inferiori
a quelle di solito a rischio per questo incidente! Infine si dovrebbe
preferire d’immergersi sui relitti solo in condizioni di buona visibilità
dell’acqua, in quanto tutto intorno possono esserci reti da pesca
di ogni tipo, magari perdute e ammatassate lì da tempo. Il relitto
costituisce infatti per la pesca da un lato un rischio, ma dall’altro
un’opportunità per l’azione di forte richiamo faunistico e di colonizzazione
da parte di specie ittiche che esercita sui dintorni. Insomma, il
relitto presenta esaltate tutte le caratteristiche positive e negative
delle altre immersioni particolari: questa consapevolezza è il fattore
che più di tutti ci permetterà di divertirci senza correre inutili
rischi!
|